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L’intelligenza artificiale in biblioteca

25 settembre 2019

L’intelligenza artificiale e le tecnologie ad apprendimento automatico stanno trasformando tutta una serie di settori, dall’assistenza sanitaria, al marketing, alla finanza, e hanno il potenziale per fare lo stesso con l’editoria, a partire dalle biblioteche.

Un sondaggio condotto da Ex Libris – software company del gruppo ProQuest che sviluppa sistemi di gestione delle biblioteche – ha rivelato che mentre l’80% delle biblioteche di ricerca sta esplorando le potenzialità dell’intelligenza artificiale, solo il 5% sta effettivamente sfruttando questo tipo di tecnologia.

Una serie di preoccupazioni sembrano frenare l’implementazione dell’AI in biblioteca. Al netto delle consuete limitazioni legate a finanziamenti e bilanci, c’è il timore che la tecnologia possa rendere obsoleto il lavoro dei bibliotecari. E che l’utilizzo dei software di machine learning possa contribuire a propagare la disinformazione.

Il documento redatto da Ex Libris a partire dagli esiti del sondaggio – dal titolo Artificial intelligence in the library: advantages, challenges and tradition – si propone di mostrare come, nel mondo iperconnesso di oggi, l’intelligenza artificiale può avere un ruolo fondamentale nell’aggiornamento, nel potenziamento e nella comunicazione della proposta di valore delle biblioteche.

Naturalmente il processo d’implementazione non è né facile, né economico, né scevro da complessità. E il paper di Ex Libris ne analizza alcune: dall’abituale resistenza ai cambiamenti nei processi e nei flussi di lavoro – sebbene, sottolinea il documento, le biblioteche mostrino un adattamento esemplare e un vivo interesse per questi cambiamenti, molto più di quanto avvenga per gli altri agenti della filiera del libro – ai presunti rischi connessi all’implementazione dell’AI (dal già citato timore per la perdita di posti di lavoro a quella, conseguente, di creatività e di empatia, fino ai rischi legati alla sicurezza nella gestione dei dati).

Dopo aver analizzato le complessità, il documento si spinge a tracciare gli scenari nei quali queste tecnologie potrebbero dispiegare effetti positivi, a partire dagli obiettivi delle biblioteche. Per esempio, l’utilizzo di software ad apprendimento automatico potrebbe migliore l’efficienza operativa, ottimizzando la gestione e la conservazione delle collezioni e riducendo i costi associati ai servizi.

Sul fronte del coinvolgimento del pubblico, l’implementazione di soluzioni basate sull’intelligenza artificiale potrebbe invece favorire una migliore progettazione dell’esperienza utente e un’espansione delle possibilità offerte: dai chatbot per indirizzare e guidare la ricerca ai servizi basati sulla geolocalizzazione, ai software di machine learning che possono selezionare istantaneamente il contenuto da migliaia di risorse, sostituendo il filtro «manuale».

A questo aspetto è connesso quello del miglioramento del lavoro dei bibliotecari. Riducendo al minimo le operazioni quotidiane di ricerca e riferimento manuali, l’implementazione dell’AI può ridurre gli errori e le inefficienze e al contempo destinare il lavoro umano a obiettivi più utili, creativi e soddisfacenti. Le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale, inoltre, possono favorire l’allineamento interdisciplinare all’interno della ricerca accademica, aiutando a individuare connessioni tra set di dati di grandi dimensioni altrimenti difficili da stabilire.

Il paper sottolinea anche il ruolo che l’implementazione di queste tecnologie può avere nel rendere più misurabile – e quindi più evidente – la ricchezza prodotta e mobilitata dalle biblioteche. Sia intesa in senso più ampio che come tangibile ROI (return on investment).

Non si può prescindere però dalla collaborazione, sembrerebbe chiosare il documento. Solo un flusso gestito in solido da sviluppatori e bibliotecari può orientarsi a un buon risultato. A partire da una considerazione finanche banale: se le biblioteche svolgono un ruolo attivo nell’implementazione delle soluzioni di intelligenza artificiale possono aiutare i programmatori a selezionare i dati migliori sui quali allenare i loro algoritmi. E in definitiva a sviluppare soluzioni migliori.

 

di Alessandra Rotondo


Questo è un articolo del Giornale della libreria 

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