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Il podcast sta vivendo il suo «momento Netflix»

3 maggio 2019

Sui mercati di lingua anglofona il podcast sta vivendo il suo momento Netflix. Secondo le stime della società di ricerca Ovum, gli ascoltatori di podcast in un mese, a livello globale, sestuplicheranno nel giro di qualche anno: dai 287 milioni del 2016 agli 1,85 miliardi nel 2023. Nel Regno Unito, Ofcom (l’Agcom britannica) afferma che quasi 6 milioni di persone si sintonizzano su un podcast ogni settimana, il doppio rispetto a cinque anni fa.

«L’espressione “il podcast sta vivendo il suo momento Netflix” offre una descrizione più che accurata di ciò che sta avvenendo nel nostro settore» ha dichiarato al The Guardian Hernan Lopez, il fondatore dello studio di produzione audio Wondery, creatore di prodotti di successo come Dr Death e Over My Dead Body. «Stiamo raggiungendo un punto di svolta. Un numero enorme di persone si sta rendendo conto che ci sono ottimi prodotti d’intrattenimento disponibili [in audio], non offerti dai player tradizionali».

Una tendenza che Spotify non sta mancando di cogliere. La piattaforma, che ha già oltre 200 milioni di utenti, stima che nei prossimi anni il 20% del suo pubblico ascolterà contenuti diversi da quelli musicali. Da qui la decisione di stanziare, per il solo 2019, un fondo da 500 milioni di dollari per espansioni in questa direzione. La scorsa settimana l’acquisizione – per 100 milioni di dollari – di Parcast, produttore di podcast specializzato nel genere true crime, ha rappresentato il terzo acquisto in rapida successione messo a punto dalla piattaforma svedese di audio streaming. Che precedentemente aveva comprato per 230 milioni di dollari Gimlet – società produttrice di alcuni successi audio distribuiti da Amazon, tra cui Homecoming, con Julia Roberts – e Anchor.

Anche perché, come per Netflix, entrare in possesso di contenuti originali è assolutamente strategico per Spotify, soprattutto a causa dei bassi margini di guadagno provenienti dallo streaming di album, pezzi e canzoni prodotti dalle principali etichette discografiche operanti al mondo (Universal, Sony, Warner ed EMI) distribuiti in licenza dalla piattaforma.

La battaglia per diventare big player nella distribuzione di podcast – guidata a livello globale da Apple – si è intensificata con il lancio del servizio di Google, lo scorso giugno. Ma è ancora dominata dalla BBC, uno dei più grandi produttori al mondo, che ha recentemente lanciato anche la piattaforma proprietaria BBC Sounds. Pochi giorni fa, peraltro, l’emittente ha ritirato i suoi podcast da Google Podcast e Google Assistant accusando il gigante della Silicon Valley di spingere l’utente verso le proprie piattaforme.

Il problema maggiore rimane quello del modello di business, ovvero come fare soldi con i podcast. Nel 2015, l’anno successivo al lancio di Serial – il primo podcast di successo a livello globale, il più rapido di sempre nel raggiungere i 5 milioni di download – i ricavi pubblicitari del settore ammontavano a soli 171 milioni di dollari. Quest’anno la cifra sarà di circa 1 miliardo e quasi raddoppierà entro il 2022, secondo Ovum.

Tradizionalmente i podcast sono gratuiti, talvolta si sostengono ospitando contenuti pubblicitari. Nell’ultimo periodo, però, sono i modelli a pagamento – o freemium – a stare emergendo. La neonata piattaforma statunitense Luminary, ad esempio – che non a caso si definisce il Netflix dei podcast – ha fatto grandi investimenti per assicurarsi contenuti esclusivi e nomi importanti (come Lena Dunham, Malcolm Gladwell e Conan O’Brien). L’idea è quella di lanciare, entro l’inizio dell’estate, un’offerta senza pubblicità da 8 dollari al mese. Ci sarà anche un livello di servizio gratuito in cui gli ascoltatori potranno riprodurre i podcast di parti terze, non distribuiti in esclusiva dalla piattaforma.

Tuttavia, da un lato la limitata tolleranza degli utenti nei confronti della pubblicità, dall’altro la scarsa propensione a pagare, potrebbero mantenere bassa la redditività dei modelli di business che sorreggono il mercato dei podcast. In che direzione guardare? Forse alla transmedialità che passa per l’audiovisivo, per le serie, per le piattaforme di streaming. Come il caso di Dirty John, targata Netflix, tratta dall’acclamato e omonimo podcast di Wondery. «Non credo che un prodotto audio abbia bisogno di un remake televisivo per avere successo, ma penso che possa trarne beneficio» ha commentato Lopez. «Il lancio della serie Dirty John, per esempio, ci ha spinti a realizzare una nuova versione del podcast, e ci ha fatto collezionare una nuova ondata da milioni di ascoltatori».

Di Alessandra Rotondo


Questo è un articolo del Giornale della Libreria

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