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Afonso Cruz a #plpl16: alle 18 in Sala Rubino

8 dicembre 2016

Giovedì 8 alle 18 a Più libri più liberi Afonso Cruz, scrittore e illustratore portoghese, presenterà il suo nuovo romanzo, La bambola di Kokoschka (LaNuovafrontiera), con Giordano Meacci e Giorgio de Marchis.

Di seguito un contributo di Cruz per introdurci al suo libro. Vi aspettiamo in Sala Rubino!


“Come direbbe Bataille, un aspro sentore di topo. O il trionfo dei maiali

  1. La nostra indipendenza dipende assolutamente dalla nostra libertà. La cacciata dall’Eden, dopo la scoperta del sesso, della possibilità di essere creatore e autore, implica l’uscita dal luogo in cui ci troviamo, sia fisicamente che psicologicamente. Sapendo creare, sapendo fare, comprendendo che ne abbiamo gli strumenti, smettiamo di essere dipendenti dagli altri, da una legge esogena. Andarsene dall’Eden è come andarsene dalla casa dei genitori. Questo allontanamento e la conseguente necessità di creare un mondo nuovo, implica l’onere della creazione, ma anche quello della libertà e dell’indipendenza. La cacciata non è solo un comando esterno, è anche una necessità e un anelito intrinseco.
  1. Esiste la teoria del viaggio come fuga da uno spazio corrotto, come ricerca di qualcosa di più luminoso. Così, l’uomo deve aver cominciato a spostarsi a causa delle sue feci. Per allontanarsene. Non c’erano le fogne e, per questo, viaggiava, si muoveva, cercava un territorio pulito. La sporcizia potrebbe essere stato il combustibile della migrazione. La fuga dalla corruzione, insieme alla necessità di procacciarsi il cibo in un territorio in cui era finito potrebbero dunque essere stati i grandi motori dei viaggi e delle migrazioni. Tanto per il desiderio di terreni verdi e acque cristalline, quanto per la ripugnanza.
    Gli arabi, tradizionalmente nomadi, così come gli ebrei, disprezzano o disprezzavano il maiale. Il motivo per cui lo fanno in modo rituale è semplice: il maiale non è un animale nomade. L’idea che abbiamo di lui non è propriamente quella della pulizia, della purezza o della bellezza. Il maiale vive nel fango, nello sterco, nella sua sporcizia. Come disse Renard, il maiale è come l’artista, viene apprezzato solo da morto. Per il nomade, è l’esempio perfetto del sedentario. È il cibo dell’uomo che si è stabilito e, per questo, lo rifiuta. È impuro.
    Così come il cervo tutti gli anni cambia le corna, l’uomo deve cambiare la sua condotta. Muer sa tête, dicono i francesi, riferendosi alla muta delle corna dei daini. Cambiate testa, direbbe San Giovanni Battista: la parola greca era “metanoia”, letteralmente “cambiare testa”, ma è arrivata a noi tradotta come “pentimento” e con una definizione un po’ distorta rispetto al concetto originale. Il viaggio è uno sforzo quotidiano, qualcosa che dobbiamo fare tutti i giorni e non solo quando abbiamo in mano un biglietto aereo e una valigia pronta sul letto. Qualcosa che si fa interiormente, anche se stiamo vivendo con i piedi immersi nel fango. Ma, a volte, non basta. Sentiamo l’aria troppo appestata, ci sentiamo contaminati. E, quindi: la sporcizia ci può spingere a viaggiare, c’è sempre qualcuno che non tollera la mancanza di salubrità attorno a sé, il tanfo che si è diffuso, ed emigra. Se ne va.
    Nel millenovecentotrentotto, il berlinese Raimund Pretzel decise di autoesiliarsi per motivi “meramente” morali. Lo fece per salvare l’anima, che sentiva affondare in un pantano etico. Piccole libertà sparivano ogni giorno (ci ricorda qualcosa?) e lui, senza avere alcuna informazione particolare in più rispetto a qualsiasi altro dei suoi concittadini, decise di abbandonare il paese poiché sentiva che qualcosa puzzava di maiale, di fango, di feci. Il figlio pubblicò le sue memorie già in questo secolo. La domanda spaventosa che Raimund Pretzel pone è, sapendo che tutti avevano le stesse informazioni, perché non ce ne furono altri come lui?
    Il grande problema è che questa è una domanda che è tuttora pertinente, onnipresente, insistente.
    In seno al mondo civilizzato, o così come viene chiamato, con tutti i suoi maiali, dove la puzza di putrido e di feci comincia a essere, non solo banale, ma venduta come profumo, sorge la stessa domanda di Pretzel. E, questa volta, quanti saremo?
  1. Pitagora abbandonò la sua isola natale, Samos, perché non gli piaceva il tiranno Policrate. Facendo esattamente la stessa cosa che fece Raimund Pretzel quando percepì lo sgretolamento morale della Germania prima della Seconda Guerra Mondiale. Anche Victor Hugo si autoesiliò, perché si rifiutò di vivere in un paese governato da Napoleone, il piccolo.
    Bergson, al contrario degli esempi qui sopra e in modo ammirevole, rimase vicino ai suoi, senza arretrare di un passo, morendo come un antico stoico. Di origine ebrea, Bergson, che a un certo punto meditò, per via di un’attrazione spirituale, di convertirsi al cristianesimo, si rifiutò di farlo quando si rese conto dell’ondata di antisemitismo che stava infettando la società. Disse che voleva rimanere vicino agli oppressi e ai perseguitati. Dopo le leggi xenofobe applicate dal governo di Vichy nel millenovecentoquaranta, gli ebrei furono costretti a registrarsi presso le autorità. Bergson, per via della sua fama, ne fu esentato. Tuttavia, a ottantuno anni, decise di schierarsi al fianco del suo popolo, si registrò, e poco dopo morì, a causa del freddo che aveva preso mentre era in fila.
  1. Trump ha vinto le elezioni.”

 

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